E così puntuali ecco che i lefebvriani hanno deciso di far nuovamente centro.
Alcuni giorni fa, precisamente il primo luglio, nella loro roccaforte di Écône, hanno consacrato quattro nuovi vescovi, senza chiedere il permesso al Papa...
Sì... senza nemmeno fingere di ascoltare le ripetute suppliche che arrivavano da Roma, dalla Santa Sede, senza minimamente preoccuparsi di quanto fosse prevedibile - anzi, inevitabile - la risposta che naturalmente non è tardata ad arrivare: la scomunica!
Sì, proprio quella parola che sa di medioevo, di roghi, di crociate, di santa inquisizione, che suona così anacronistica alle nostre orecchie del terzo millennio, eppure, per quanto io possa essere critico verso quei metodi coercitivi, per quanto possa ritenere che la scomunica non sia certamente uno strumento pastorale, ma rappresenti di fatto un'imposizione maldestra, se non apertamente controproducente, devo però fare uno sforzo di onestà intellettuale e ammettere che, forse questa volta, la Chiesa di Roma, Papa Leone XIV, non abbia scelto la via della repressione per istinto autoritario.
L'ha fatto perché non gli era rimasto altro da fare! Perché davanti a un gesto di questa portata, persino il più mite dei papi sarebbe stato costretto a tirare fuori la spada di legno della scomunica, non per cattiveria, ma per quel senso di sopravvivenza istituzionale che lo richiede.
Cerchiamo quindi di capire cosa è successo davvero, perché la cronaca di queste ore è densa di particolari che meritano d'esser letti con attenzione, senza pregiudizi e senza doversi schierare da una parte o dall'altra. Tra l'altro, io - come ormai ben sapete - sono lontano anni luce da loro: le religioni - tutte indistintamente - sono troppo riduttive, oltre che nei secoli dimostratesi fallaci, anche dai propri insegnamenti, nel caso specifico da quelli "ipotetici" espressi dal Cristo...
La Fraternità Sacerdotale San Pio X, fondata da quell'ostinato arcivescovo francese che fu Marcel Lefebvre, ha compiuto esattamente lo stesso gesto che nel 1988 aveva provocato il primo strappo. Allora, Lefebvre aveva ordinato quattro vescovi contro la volontà di Giovanni Paolo II, e la scomunica piombò come un fulmine a ciel sereno. Poi, con il tempo, le cose si erano rimesse in moto.
Benedetto XVI, con un gesto di straordinaria magnanimità, nel 2009 aveva revocato quella scomunica, sperando di poter ricucire lo strappo. Papa Francesco, a sua volta, aveva concesso ai sacerdoti lefebvriani la facoltà di confessare validamente e di celebrare matrimoni, un'apertura pastorale enorme, pensata non tanto per compiacere i loro superiori, ma per non abbandonare i fedeli che a loro si rivolgono con sincera devozione.
Eppure, come abbiamo visto in queste ore, tutto ciò non è bastato. I vertici della Fraternità hanno continuato a considerare il Concilio Vaticano II come un'eresia, la Messa riformata come un pericolo per la fede, e il Papa di Roma come un modernista da tenere a debita distanza. Hanno preteso, in sostanza, che fosse la Chiesa intera a fare marcia indietro, a rinnegare cinquant'anni di storia e di magistero, per tornare a una supposta purezza delle origini che forse non è mai esistita se non nella loro testa.
E qui arriva il punto dolente, quello che mi fa dire che, per quanto la scomunica sia uno strumento che trovo grossolano e persino offensivo per la sensibilità contemporanea, chi ha davvero provocato questa rottura sono stati loro, per l'appunto i lefebvriani, con la loro testardaggine (e di questo ammetto che sto ancora godendo...), perché dalla Santa Sede, nelle settimane precedenti al primo luglio, si era provato di tutto per evitare il baratro.
Lo stesso Leone XIV aveva, attraverso il cardinale Fernández, proposto un dialogo teologico vero, serio, con una metodologia precisa, offrendo una soluzione canonica che avrebbe dato alla Fraternità uno spazio legittimo all'interno della Chiesa, con un'unica condizione: sospendere le ordinazioni! No... non siamo al bar, si tratta di una richiesta che non chiede di rinnegare le proprie idee, ma solo di non compiere un'azione che di fatto verrebbe vista come un atto di rottura.
Ebbene, i lefebvriani hanno risposto "fanc...." o qualcosa del genere... Hanno risposto che non intravedevano la possibilità di un dialogo, che la "chiarezza dottrinale" non c'era, e hanno proseguito per la loro strada come se nulla fosse. Hanno aggiunto che avrebbero aspettato "un momento più propizio al ritorno di Roma alla tradizione", come se fossero loro gli unici depositari della vera fede e il Papa un apostata da convertire.
Ora, immaginate cosa starà accadendo all'interno del Vaticano: non vorrei essere nei panni del Pontefice. Riceve improvvisamente una lettera in cui gli dicono che aspetteranno che è tempo di ritornare sulla retta via, e nel frattempo, gli comunicano che stanno procedendo a nominare dei nuovi vescovi, senza il suo consenso, spaccando in due così la Chiesa.
Ed allora cosa può fare il Papa? Stringerli in un abbraccio fraterno e sperare che cambino idea? Li hanno già stretti, per anni, e loro hanno sempre risposto con un rifiuto. Certo... può far finta di niente, lasciare che consacrino i vescovi a loro piacimento, creando così di fatto una Chiesa parallela che però riconosce il Papa solo quando dice ciò che piace a loro! No... non può essere: sarebbe la fine di ogni autorità, di ogni unità, di ogni senso stesso del termine "cattolicità".
Allora, per quanto mi stia antipatica la parola "scomunica", per quanto la trovi arcaica e brutale, devo riconoscere che in questo caso non può essere visto come un gesto di prepotenza, ma come un atto di dolorosa necessità. Sì... diciamo che non è la Santa Inquisizione che risorge dalle sue ceneri, ma è un padre che, dopo aver supplicato a lungo il figlio di non andarsene, alla fine lo vede varcare la soglia e si limita a prenderne atto, con il cuore pesante.
Ma c'è un secondo aspetto che rende questa vicenda ancora più paradossale, ed è il fatto che la scomunica, per quanto severa, non è nemmeno la notizia peggiore per i fedeli che seguono la Fraternità. La Santa Sede ha infatti specificato che, d'ora in poi, le confessioni ascoltate dai sacerdoti lefebvriani sono invalide, e così pure i matrimoni celebrati da loro. Questo significa che chi si rivolge a loro per ricevere l'assoluzione, in realtà non viene perdonato, e chi si sposa con loro, per la Chiesa non è veramente sposato. È una conseguenza pratica devastante, che colpisce direttamente la vita spirituale di migliaia di persone che probabilmente non hanno alcuna colpa di questa ennesima rottura, se non quella di essersi fidate dei loro pastori. Persone che magari vanno a messa con sincera devozione, che recitano il rosario e cercano il Cristo con umiltà, e che ora si ritrovano sospesi in un limbo giuridico e spirituale che non hanno scelto.
Eppure, con altrettanta franchezza, sono a criticare fortemente l'alternativa offerta oggi dai lefebvriani! Non mi riferisco al ritorno prima del 1950, come se il Concilio Vaticano II non fosse mai esistito, come se la storia della Chiesa si fosse fermata alla morte di Pio XII. Nel 2026, questo mi sembra un atteggiamento non solo anacronistico, ma persino più dannoso di quello che la stessa Chiesa cattolica sta tentando di compiere con il suo sinodo e con le sue aperture.
Perché la Chiesa, per quanto io possa criticarne i metodi, le scelte e soprattutto molti di quei togati per quelle loro azioni e soprattutto per i comportamenti commessi in maniera vergognosa, sta almeno provando a camminare verso il futuro, a dialogare con il mondo, a cercare un linguaggio che parli a tutti, non solo alle donne e agli uomini, ma anche a tutte quelle comunità che sono presenti e che si riconoscono in una situazione diversa dall'eterosessualità e non solo.
I lefebvriani, invece, vogliono chiudersi in una fortezza, alzare i ponti levatoi e far finta che il mondo esterno non esista e questo, in un'epoca come la nostra, segnata dalla complessità e dalla fragilità, è una tentazione comprensibile, ma anche profondamente sbagliata. La fede non si difende con le mura, ma con il coraggio di mettersi in cammino.
Così, mentre Roma tira un sospiro di sollievo misto a dolore, e mentre le scomuniche volano come colpi di spada in un duello d'altri tempi, io resto qui a chiedermi se tutto questo poteva essere evitato. Forse sì, se da entrambe le parti ci fosse stato meno orgoglio e più ascolto. Ma ormai il dado è tratto. I lefebvriani hanno scelto la loro strada, e la Santa Sede ha scelto la sua. E noi, che osserviamo da spettatori non sempre imparziali, non possiamo fare a meno di notare che, questa volta, la scomunica non è stata un atto di forza, ma un atto di resa. La resa di un Papa che, dopo aver teso la mano per anni, si è visto schiudere la porta in faccia e ha dovuto, suo malgrado, prenderne atto. Se ci sia stato un vincitore o un vinto in questa storia, non lo so.
So soltanto che il corpo di Cristo, come l'immagine di sopra, per l'ennesima volta, è stato lacerato da uno strappo. E che, in questo gioco nel tirare la corda, in queste manifestazioni di orge di potere, a rimetterci sono sempre gli ultimi, quelli che pregano in silenzio e chiedono solo di poter amare Cristo secondo la loro coscienza.
La verità? Quanto sta accadendo è da inquadrarsi come una disputa di potere: ciascuno cerca di tenersi stretti quei 600.000 fedeli che comprenderete costituiscono, sul miliardo e mezzo di cattolici, un numero impressionante, non solo d'individui, ma soprattutto di finanze che improvvisamente potrebbero sparire o essere quantomeno trasferite dalle mani e soprattutto dalle casse del Vaticano!
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