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martedì 3 novembre 2026

Gesù nel 2026 – Capitolo VII°: il messaggio d'amore, i miracoli, l'uomo che mai pensò di essere Dio. Parte terza finale: quello che resta quando togli il prodigio.

E allora arriviamo al dunque, perché dopo aver parlato dell'amore, dei segni e del dubbio di Tommaso, resta da affrontare la domanda che molti si tengono dentro e che pochi hanno il coraggio di formulare ad alta voce: che cosa sappiamo davvero di quell'uomo? Che cosa possiamo dire con onestà, senza cadere né nel devozionismo che tutto gonfia, né nello scetticismo che tutto nega?

Partiamo da un dato che spesso si dimentica. Yeshua non scrisse nulla. Non lasciò alcun libro, non dettò un testamento, non fondò una scuola con statuti e regolamenti, secondo i vangeli... parlava, sì... parlava e quelle sue parole sono state ricordate, ripetute e ahimè reinterpretate, già... adattate alle comunità che le ricevevano e che si stavano formando.

Comprenderete come questo non sia un dettaglio marginale: è la chiave per capire che tipo di documento abbiamo tra le mani quando leggiamo i vangeli. Non siamo di fronte a una cronaca in tempo reale, ma a testimonianze filtrate dalla memoria, dalla predicazione, dalla liturgia, dal bisogno di rispondere a domande che nei primi decenni si facevano sempre più urgenti.

E qui torna il discorso che ho espresso nei miei precedenti post, quello più scomodo. Gli scrittori dell'epoca, quelli che per mestiere raccontavano la storia, non parlano di lui. Giuseppe Flavio, che pure scrive dei Giudei e della loro terra, lo cita appena, in un passo che molti studiosi considerano rimaneggiato. Tacito lo nomina solo di sfuggita, e non certo per lodarlo. Plinio il Giovane, Svetonio, gli altri: silenzio assoluto o quasi.

Perché? Strano, vero, che un uomo così importante - che secondo quanto riportato nei vangeli, in quel periodo, ha compiuto tutte quelle opere prodigiose - fosse poi del tutto escluso dalla cronaca, dalla storia, dalla narrazione ufficiale di quel periodo?

Certo... le spiegazioni possibili che nei secoli sono state ripetute sono diverse, e nessuna di loro è del tutto soddisfacente. Forse perché era un uomo come gli altri, anonimo, di una provincia lontana, e poi tra l'altro morto in una maniera che ai più sembrava l'ennesima condanna di uno dei tanti agitatori di quel periodo.

Ma non solo... anche perché il movimento che ne seguì era, agli occhi dei contemporanei, considerato una setta tra le tante, certamente rumorosa, ma non abbastanza da meritare attenzione. Forse perché i prodigi, se ci furono, non avevano testimoni interessati a scriverne con gli strumenti dello storico.

Il punto, però, non è stabilire se i miracoli siano avvenuti o no. D'altronde su questo punto vorrei chiedervi una cosa: avete mai visto quel ragazzo chiamato Dynamo (il cui vero nome è Steven Frayne), uno dei più celebri illusionisti e prestigiatori britannici al mondo, compiere alcuni di quei "miracoli" compiuti da Yeshua?

Certo, ora mi direte: ma stai dicendo che anch'egli era un prestigiatore, un mago, un illusionista? No, non sto dicendo questo. Sto dicendo che la domanda sul prodigio è mal posta, e che per quanto mi riguarda tutto ciò ha poca importanza, perché il vero miracolo sono le parole d'amore espresse. Tutto il resto non ha alcuna importanza, come ho scritto nei post precedenti: serve da contorno per quei babbei. 

Già... per tutti quelli che credono con i prosciutti negli occhi, senza essersi mai fermati a farsi quella domanda, e restano sospesi a guardarsi il dito. Il credente che ha bisogno del prodigio per credere e lo scettico che ha bisogno dell'assenza del prodigio per non credere sono, in fondo, nella stessa posizione: entrambi dipendono da un segno esterno, da una prova, da qualcosa che li rassicuri.

Viceversa la fede, quella di cui parlo io, non funziona così. Non è un esperimento che si ripete in laboratorio. È un atto di fiducia, un rischio, un affidarsi a una testimonianza che non può essere dimostrata come si dimostra un teorema.

E allora che cosa resta, se togliamo il prodigio, se togliamo la veste romanzata, se togliamo le gerarchie e i troni e le scenografie? Resta una cosa sola, e non è poco. Resta un uomo che ha detto cose che nessuno aveva detto prima con quella radicalità. Resta un insegnamento che, a duemila anni di distanza, continua a risultare scomodo proprio perché non si lascia addomesticare.

Amare il nemico, farsi prossimo di chi non ti è vicino, non rispondere al male con il male: sono cose che nessuna società, nemmeno la nostra, è mai riuscita a mettere in pratica fino in fondo. Eppure continuiamo a tornarci, a citarle, a pretenderle da noi stessi e dagli altri. Perché? Perché sentiamo che lì c'è qualcosa di vero, di originario, di non negoziabile.

E poi resta Tommaso. Resta il dubbio che non chiude, ma apre. Resta la comunità che accoglie chi se ne era andato. Resta quella frase, "mio Signore e mio Dio", che non è una formula teologica ma il grido di un uomo che finalmente vede, e vedendo capisce di essere stato visto. Perché il punto non è che Tommaso toccò: il punto è che fu toccato. E fu toccato non da un fantasma, non da un'idea, ma da una presenza che portava ancora i segni della sofferenza. La fede nasce lì, non nel prodigio, ma nell'incontro con una ferita che non è stata cancellata, ma attraversata.

Certo, qualcuno obietterà: ma se tutto è romanzato, se tutto è filtrato, se manca la contrapposizione storica, come possiamo fidarci? La risposta, forse, è che non possiamo fidarci nel senso della certezza matematica. Possiamo però fidarci nel senso della testimonianza: di persone che hanno dato la vita per quello che raccontavano, che non ne hanno ricavato potere né ricchezza, che hanno continuato a ripetere le stesse cose anche quando ciò costava. Certo... non è una prova, è un indizio, ma è l'indizio più forte che abbiamo.

E allora, in questa terza parte, ho provato a fare proprio questo: seguire le tracce, senza paura di dire "non lo sappiamo", senza paura di dire "forse è andata così", senza paura di dire "questo è romanzato, ma il nocciolo regge". Perché la fede matura non ha bisogno di nascondere le crepe: le guarda, le attraversa, e continua a camminare.

E chiudo qui, con una considerazione che forse è la più onesta di tutte. Nessuno di noi sa realmente con certezza come siano andate le cose. Non abbiamo alcuna prova, non abbiamo un documento incontrovertibile, non abbiamo lo storico imparziale che ci racconti Yeshua con gli occhi di chi era lì.

Abbiamo solo delle testimonianze filtrate, memorie rielaborate, racconti che si sono formati nel tempo e in comunità che avevano bisogno di ricevere quelle parole per continuare a vivere. Sì... questo è ciò che si ha, e forse può essere sufficiente per tutti coloro che vogliono continuare a credere, ma solo se smettono di chiedere ai vangeli quello che non possono dare: la certezza scientifica, la cronaca esatta, la prova schiacciante.

Per tutti gli altri, quelli che come me non si accontentano, ciò che possono fare è un'altra cosa: leggere, confrontare, dubitare, cercare, sì... lasciarsi interrogare da quelle parole scomode, e verificare se reggono alla prova della vita. Possiamo essere anche noi come Tommaso, chiedere un segno che sia reale, e poi accettare che il segno non sia il prodigio, ma la presenza: una comunità che accoglie, un amore che si fa cura, una ferita che non viene nascosta ma attraversata. Pensate che sia poco? Forse sì... ma è tutto quello che abbiamo, e credo sia abbastanza per camminare ancora in maniera libera.

Perché la partita che sto provando, sin dall'inizio, a trasmettere a tutti voi con questi miei capitoli non è quella di buttare via tutto. No... non è ciò che m'interessa, non desidero farvi abbandonare la vostra fede, ancor meno chiedervi di modificarla o di rivolgere ad altri le vostre attenzioni. Per me, tutte le religioni sono fuorvianti e condizionano da sempre l'umanità, questo sì; ma il punto non è convincervi a lasciarle, il punto è che non vi lasciate incantare dal contorno.

Non servono prodigi, vesti dorate, e ancor meno troni. La verità si gioca nell'amore che non conosce confini, che si fa prossimo di chiunque, anche del nemico, anche di chi ti ha fatto del male. Tutto il resto, ripeto, è contorno!

Certo... bello da vedersi, a volte utile, ma spesso ingombrante. Ma ricordatevi sempre che di contorno si tratta, e il contorno, per quanto suggestivo, non salverà nessuno.

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