Ecco, io credo che quella frase, in fondo, sia la sintesi perfetta di un approccio che abbiamo visto troppe volte. Non solo da Poletti, ma da tanti altri. Quella incapacità di comprendere che il problema non sono i giovani che partono, ma le condizioni che li spingono a farlo.
Quei governanti, quei politici che spesso, come scrivevo nel 2016, sono “soggetti ignoranti, scadenti e inconcludenti, posti tra le più alte cariche istituzionali”. Persone che hanno goduto di privilegi, di raccomandazioni, di un sistema clientelare che li ha portati dove sono, senza alcun merito. E che poi si permettono di giudicare chi, con le proprie forze, cerca di costruirsi un futuro altrove.
Il rapporto Istat del 2026 ci parla di una mobilità interna che riprende, ma non basta a invertire una tendenza ormai consolidata: il Sud perde popolazione, la Sicilia perde i suoi giovani migliori. Nel 2025, i trasferimenti di residenza tra comuni italiani sono cresciuti del 5,1%. Ma dietro questi numeri, ci sono storie di rinunce, di scelte dolorose. Ci sono giovani che lasciano la propria terra, i propri affetti, la propria cultura. E lo fanno perché, da noi, la meritocrazia è ancora un miraggio. Perché, come ho sempre detto, la raccomandazione vince sul talento. Perché i posti di lavoro, quelli veramente buoni, finiscono sempre nelle solite tasche, nelle solite mani.
Eppure, ascoltiamo ancora i proclami di chi ci dice che il Pnrr risolverà tutto, che gli investimenti porteranno lavoro. Ma io, come scrivevo nel 2023, ho visto troppo spesso quei soldi finire “nelle solite tasche”. La condizione dei nostri giovani non solo non è migliorata, ma rischia di peggiorare. E lo dicono i numeri: 1,7 milioni di giovani under 30 che non studiano, non lavorano e non sono in alcun percorso di formazione. Quasi 5 milioni di giovani tra i 18 e i 34 anni con almeno un segnale di deprivazione. E la condizione femminile? Al Sud tocca il 28%. Questa è la fotografia di un paese che ha fallito. Che ha tagliato l’istruzione, la ricerca, che ha reso il lavoro sempre più precario, con decreti che liberalizzano il tempo determinato e rilanciano i voucher.
E poi, c’è il problema dell’esperienza. Quanti di noi hanno letto, e letto, annunci di lavoro per giovani che richiedono anni di esperienza pregressa? L’ho denunciato nel 2022: “Un giovane non trova lavoro perché manca di esperienza. Ma non è che manca di esperienza proprio perché non trova lavoro?”. È un paradosso che fa impazzire. Le aziende vogliono assumere giovani per gli sgravi fiscali, ma poi non sono disposte a formarli, a investire su di loro. Li mandano allo sbaraglio, senza addestramento, senza supervisione, dimenticando che per un ragazzo alle prime armi, ogni giorno di lavoro è una sfida, ma anche un rischio. I giovani tra i 18 e i 24 anni hanno il 50% di probabilità in più di subire un infortunio, proprio perché sono inesperti, vulnerabili, e spesso lasciati soli.
Questa è la cultura del lavoro che abbiamo costruito. Una cultura che non investe, che non crede nei giovani, che li considera solo come manodopera a basso costo. E poi ci chiediamo perché scappano. Perché preferiscono andare in un paese che sappia premiare il merito, l’impegno, la fatica. Perché, come scrivevo nel 2016, vanno a cercare “la meritata occupazione in paesi che sanno premiare la meritocrazia e non il solito clientelismo”. Il Ministero del Lavoro di allora, con le parole di Poletti, diede una sterzata crudele a chi già soffriva. Ma la sostanza, in tutti questi anni, è cambiata davvero?
Forse dovremmo ascoltare di più le voci di quei giovani che partono. Dovremmo chiederci cosa li spinge ad andare via, cosa cercano, cosa sognano. E dovremmo avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: la nostra classe dirigente ha fallito. Continua a fallire. Non ha un progetto per il futuro, non ha una visione. Taglia la scuola, taglia la ricerca, non tutela l’occupazione. E poi si meraviglia se la natalità crolla, se i giovani non fanno figli, se si sentono una generazione “senza”. Senza un lavoro stabile, senza prospettive, senza la possibilità di costruire una famiglia, senza fiducia nel domani. Come dicevo nel 2023, “un Paese come il nostro che non tutela i giovani è un Paese predestinato a morire”. E allora, forse, è il caso di iniziare a fare i conti con le nostre responsabilità. E di pretendere, con forza, un cambiamento. Perché la fuga dei giovani non è un destino ineluttabile, ma il frutto di scelte sbagliate. Scelte che hanno un costo, e che paghiamo tutti.

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