Ma fermiamoci un attimo a riflettere su chi parte. Perché non è solo questione di numeri, di saldi demografici o di percentuali. È questione di volti, di storie, di speranze che si spengono in un angolo di questa terra. A lasciare la Sicilia sono soprattutto i giovani con meno di 35 anni. Spesso laureati.
Ragazzi che hanno investito tempo, fatica e risorse nella loro formazione. Ecco, questo è il punto che mi ferisce di più. Come ho scritto tante volte in questi anni, non stiamo perdendo semplicemente dei residenti. Stiamo perdendo il nostro capitale umano più prezioso. Quelli che dovrebbero costruire il futuro di quest’isola, invece, sono costretti a cercarlo altrove.
E c’è un altro aspetto che mi preme sottolineare, perché lo vedo quotidianamente. Molti di questi ragazzi provengono da famiglie che fanno sacrifici enormi per sostenerli. Come diceva Franco Giannola dello Svimez, si permettono il lusso di impoverirsi pur di finanziare il percorso dei propri figli. Un patrimonio di competenze che, nella maggior parte dei casi, difficilmente farà ritorno nei territori d’origine. E allora le famiglie continuano a mandare soldi, vere e proprie rimesse, per sostenere quei giovani che ormai vivono lontani. È un paradosso doloroso: investiamo per formarli e poi li guardiamo andare via, continuando a pagare perché restino altrove.
Ma perché accade tutto questo? Me lo chiedo da anni, da quando nel lontano giugno del 2014 scrivevo un post intitolato “Diplomato… ed ora?”. Già allora, la domanda era la stessa: cosa offre questo paese a un ragazzo che ha appena finito la scuola? I dati di allora raccontavano un Sud con una disoccupazione giovanile intorno al 35%. Oggi, nonostante i proclami, la sostanza è cambiata davvero così tanto? La risposta, purtroppo, è no. Perché il problema non è mai stato solo la mancanza di posti di lavoro, ma la mancanza di un progetto, di una visione. Il mancato ricambio generazionale, la raccomandazione che ancora oggi rappresenta l’unica via per molti, la crisi che non permette alle imprese di spiccare il volo… Sono le stesse piaghe di sempre, che non si riescono a curare.
E allora, i nostri giovani, quei ragazzi che dovrebbero essere il motore del cambiamento, si trovano davanti a un bivio. Da un lato, l’università, spesso in atenei che non brillano per qualità, come quelli siciliani che anni fa leggevo in coda alle graduatorie nazionali. Dall’altro, la ricerca di un lavoro che, quando c’è, è spesso precario, sottopagato, o peggio, richiede esperienza che un giovane alle prime armi, per definizione, non può avere. E allora, come scrivevo nel novembre del 2022, ci ritroviamo a leggere annunci che chiedono “giovani con esperienza”. Ma dove la dovrebbero prendere, questa esperienza, se il mondo del lavoro si rifiuta di dargliela? È un cortocircuito assurdo, una presa in giro che si ripete all’infinito.
Il report Istat del 2025 ci dice che il Mezzogiorno ha perso, tra il 2019 e il 2025, 150 mila giovani laureati tra i 25 e i 34 anni. Centoventiduemila sono andati al Centro-Nord, ventottomila all’estero. Numeri che gridano vendetta. Perché ogni partenza è una ferita che si apre nel tessuto sociale ed economico dell’Isola. È un pezzo di futuro che viene meno, una possibilità di innovazione che si spegne. La perdita di giovani qualificati significa ridurre il potenziale di crescita, di ricambio generazionale, di speranza. E mentre al Nord il saldo migratorio è positivo, grazie anche all’arrivo di giovani stranieri, da noi il segno è sempre più drammaticamente negativo.
Ecco, io credo che la vera sfida per la Sicilia, per l’Italia tutta, sia questa: trattenere i propri giovani. Non con parole, non con promesse, non con quei proclami che abbiamo sentito da ogni governo, come giustamente ricordavo nel mio post del novembre 2023. Ma con fatti concreti. Offrendo lavoro qualificato, opportunità professionali, prospettive di crescita. Smettendo di considerare i giovani come un problema e iniziando a vederli come la risorsa più grande che abbiamo. Perché il problema non è soltanto quanti siciliani partono, ma soprattutto quanti giovani il territorio non riesce più a trattenere.
Già,,, fino a quando la partenza sarà vista come l’unica scelta possibile, avremo fallito come comunità, come paese. E allora, sì, forse è vero: il futuro è dei giovani. Ma è un futuro che, troppo spesso, i nostri giovani sono costretti a costruire lontano da casa.

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