Si cerca faticosamente una quadra, spesso quando il campionato è già a metà e il danno, per qualcuno, è ormai fatto. Poi, quando si spera che l'equità possa essere ristabilita, ecco che arrivano le penalità: ambigue, opinabili, quasi sempre al limite della regolarità.
L'ultima, in ordine di tempo, è quella inflitta a Lewis Hamilton: cinque secondi per non aver fatto nulla, se non aver subito un contatto. Perché sì, è stato Russell a colpirlo, infilando la sua Mercedes nella fiancata della Ferrari. Lo stesso George, subito dopo la gara, ha ammesso che si trattava di un semplice incidente di gara. Eppure, la penalità è arrivata lo stesso, togliendo a Hamilton la possibilità di lottare per il podio. Ma come si fa a punire chi subisce una manovra? Siamo nella sfera dell’imprevisto, del rischio che si corre in un gruppo compatto al via, non certo in un contatto da manuale degno di sanzione.
E qui viene il bello: a dare i cinque secondi a Lewis, in Belgio, c'era lo stesso steward di Silverstone 2021, lo stesso che gli aveva rifilato dieci secondi per il contatto con Verstappen. Già... semrpe lo stesso che a Monaco lo aveva penalizzato per impeding. Una coincidenza? Forse. Ma quando il nome si ripete, e le decisioni pure, vien voglia di chiedersi se sia davvero un caso. E poi se si osservano i nomi della lista dei commissari, troverete gli stessi nomi che si ripetono, già... come un ritornello: una giuria itinerante che sembra seguire un copione già scritto.
Non si diceva, da sempre, che al primo giro si lascia correre? Che il caos iniziale merita una tolleranza maggiore? Evidentemente no, quando il pilota coinvolto si chiama Hamilton. Perché quando indossava il rosso, e prima ancora il grigio argento, sembrava che la direzione gara gli andasse incontro. Oggi, invece, ogni gara è un'accusa. Una penalità ingiusta, un verdetto che puzza di premeditato. Viene da chiedersi se davvero vogliano che lotti per il mondiale, o se l'obiettivo sia un altro.
Poco dopo, un'altra Ferrari ha avuto tutto lo spazio per restare davanti in sicurezza. Ha stretto in frenata, ha chiuso la traiettoria. Ma questa volta, la penalità non è arrivata. Strano, no? Si parla di bolidi da trecento all'ora, di curve che vanno prese con criterio, di piloti che devono essere coscienziosi prima di tentare un sorpasso ad alto rischio. Eppure, la bilancia della giustizia pende sempre dalla stessa parte. Come se la direzione gara guardasse il nome sulla vettura prima ancora della dinamica dell’incidente.
La FIA, ormai, è imbarazzante. Da troppo tempo. E non parlo solo di questa gara: è una questione di metodo, di coerenza. Ogni volta che un pilota in rosso fa qualcosa, per la Federazione è penalità. Ma se sbaglia qualcun altro, qualcuno che appartiene ad una casa automobilistica importante, ecco che improvvisamente, tutto tace. Come se ci fossero due pesi e due misure. E allora viene spontaneo chiedersi: ma chi decide? E con quali criteri? Perché il regolamento c'è, è scritto, e non si può certo dire che manchi di dettagli. Ma forse il problema è proprio che non viene seguito. O viene seguito a corrente alternata, a seconda del pilota, della gara, dell’umore del momento.
Purtroppo, la realtà è che questa FIA, questa "mafia" come molti ormai la chiamano tra il serio e il faceto, sembra volere che vinca qualcuno già deciso e questo a tutti i costi. Lo dice la storia degli ultimi anni, lo dicono le penalità, lo dicono le omissioni. E non è un complotto, è l'evidenza dei fatti. Una evidenza che diventa sempre più pesante da sopportare per chi ama lo sport e la competizione leale.
Rivedendo l'incidente, è chiaro che non c'è stata perdita di aderenza da parte della SF-26 di Hamilton. La W17 di Russell l'ha colpito con la fiancata, impattando sulla ruota anteriore della Ferrari. Basta guardare il volante di Lewis: nel momento preciso del contatto va in controsterzo, segno che l'avantreno è stato sbilanciato dall'urto. Non c'è malizia, non c'è manovra pericolosa. C'è solo un incidente di gara, come ha confermato lo stesso Russell. E allora perché punire? Perché far pagare a Hamilton una colpa che non ha?
Ma la parte peggiore, alla fine, non è tanto la penalità in sé. È la mancanza di coerenza tra un Gran Premio e l'altro. Decisioni che cambiano in base a criteri personali, a interpretazioni soggettive. Ci vorrebbe più rigore, più rispetto per il regolamento così com'è scritto. Non dico che si debba essere schiavi di ogni virgola, ma neanche calpestare il testo a piacimento. La FIA deve mettere in direzione gara persone competenti, che conoscano la storia di questo sport e sappiano distinguere un contatto da una scorrettezza.
E intanto Russell, sorpreso, dice che per lui era un incidente di gara. Ecco, forse la cosa più triste è che nemmeno chi ne ha beneficiato capisce il perché della penalità. Quando nemmeno il diretto interessato ci trova un senso, forse è il caso di fermarsi un attimo e riflettere.
Perché i commissari, ormai, non puniscono le manovre come dovrebbero: puniscono gli effetti. Se Russell non fosse uscito di pista, probabilmente la penalità non ci sarebbe stata. Ma così non va. La FIA lo nega, ma è così. E noi, con il cuore in mano, continuiamo a guardare, sperando quantomeno che un giorno, la bilancia torni nuovamente in equilibrio!

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