Ma fermiamoci un attimo e chiediamoci: cosa diavolo stanno festeggiando?
La premier, con una sincerità che forse non ha nemmeno percepito, ha detto una cosa interessante: "Il governo più stabile non è per forza anche il più capace". Esatto! È semplicemente quello che è riuscito a restare attaccato alla poltrona più a lungo degli altri. Ecco il punto. La durata non è un certificato di qualità, è solo il termometro della tenacia con cui un gruppo di persone ha saputo difendere i propri interessi.
Ed allora... consentitemi di chiedere a quei componenti di Governo: quali sono i risultati di questa lunga permanenza? Una riforma della giustizia bocciata in modo sonoro al referendum. Una sicurezza che arranca, annunciata ma mai davvero incisiva. Il reddito di cittadinanza cancellato, senza che al suo posto sia stato costruito un sistema altrettanto dignitoso per chi vive sulla soglia della disperazione. La corruzione? Sempre lì, radicata come un cancro. La mafia? Immagino continui a lavorare in silenzio, indisturbata. E il fisco, ah il fisco, con quella riforma che prometteva miracoli e che si è rivelata un palliativo.
E così... mentre il Paese arranca, mentre troppi italiani non arrivano a fine mese, mentre la disuguaglianza diventa un'abitudine e le periferie restano terra di nessuno, chi governa... celebra! E come ormai consuetudine da un po' di anni - sì... ben 1413 giorni - con loro, naturalmente, l'intero circo dei lacchè, dei cortigiani, dei professionisti e dei cittadini che dell'ossequio da sempre popolano le segreterie politiche ed anche di quel sistema marcio di cui per l'appunto si nutrono. Sono loro, le cicale, i veri padroni di questo teatrino. Sono loro che hanno trasformato la politica in un affare di famiglia, dove l'unico obiettivo è tenersi stretta la poltrona e i benefici che ne derivano.
Già... non è un caso che la classifica dei governi più longevi in questi lunghi anni sia stato monopolizzato dal centrodestra. Sì... non è una coincidenza, è un metodo che qualcuno prima di loro gli ha insegnato. D'altronde fateci caso... questa coalizione non è unita da un progetto, da una visione, da un'idea di Paese, è unita viceversa da una cosa ben più prosaica: la paura di perdere il potere. La paura di rinunciare a quei privilegi che la poltrona garantisce. E allora restano insieme, come un branco che difende il territorio, e intanto il Paese affonda. Loro festeggiano, noi guardiamo e piangiamo!
E che dire della famosa "stabilità" tanto decantata? Stabilità, per favore, è la parola che si usa quando non si hanno risultati da mostrare. Stabilità è il rifugio degli incapaci. È il modo elegante per dire: "Siamo ancora qui, nonostante tutto". Ma essere ancora qui non significa aver fatto bene. Significa solo che gli italiani, ancora una volta, sono stati traditi. E se la premier si chiede perché c'è chi contesta, forse dovrebbe guardare oltre il palco di Bari, oltre i sorrisi compiacenti, oltre la folla osannante. Dovrebbe guardare in faccia la gente comune, quella che la fame la conosce davvero. Quella che di questo governo ha visto solo promesse e parole.
Quattro anni, e poi? La riforma fiscale è ancora un miraggio. La sicurezza è più un'idea che una realtà. Il contrasto alla mafia? Non se ne parla. La giustizia? Umiliata. E intanto loro sono lì, a dire che il record è un vanto. Ma un vanto di che cosa? Di quanto tempo è passato senza che le cose cambiassero. Perché in fondo, se il governo dura così tanto, forse è proprio perché non ha mai davvero scosso le fondamenta di questo Paese. Non ha mai davvero infastidito i poteri forti. Non ha mai davvero cambiato le cose.
Ecco il punto. La longevità, in un sistema malato come il nostro, non è il segno di una forza, ma il sintomo di una debolezza collettiva. È il riflesso di un Paese che non reagisce, che si abitua, che accetta. Ma questa volta, forse, il giudizio arriverà. Quando gli italiani torneranno alle urne, non conteranno i giorni passati. Conteranno le promesse tradite, le speranze deluse, le ingiustizie tollerate. E allora, quel record, così pomposamente celebrato, si rivelerà per quello che è sempre stato: una medaglia di latta appesa al petto di un governo che ha avuto tutto il tempo per fare, e ha scelto di non fare.
Avanti, sì. Ma con i piedi per terra, come dice la premier? Speriamo. Sì, quantomeno per chi oggi sta soffrendo, per chi il peso di questi anni lo ha portato sulle proprie spalle senza avere mai il lusso di festeggiare nulla. Ma io so bene come da lassù, da quel palco, la terra sottostante si veda male, sfocata, lontana, quasi irrilevante. E il futuro, quello vero, quello della gente che chiede aiuto, che tende la mano e spesso non riceve nulla, quello dovrà aspettare ancora. Per molto, forse fino alle prossime elezioni. Elezioni alle quali, comunque, io non credo più. Non dopo aver visto così tanta faccia tosta, così tanta arroganza vestita di celebrazioni, così tanto tempo sprecato mentre il Paese affondava. La fiducia, quella vera, non si ricostruisce con i record. Si ricostruisce con i fatti. E i fatti, qui, sono stati dolorosamente assenti.

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