La nota che ho potuto visionare - collaboro con una di queste associazioni di categoria - è a firma del Consorzio della Pietra Lavica dell'Etna, del CONSICAV, di Sicindustria Trapani nella sezione Marmi e della CNA Sicilia, che si sono rivolti all'Assessorato dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana, con copia alla Presidenza della Regione.
Al centro c'è il D.A. n. 25/GAB del 10 giugno 2026, che modifica le norme di attuazione dei Piani Paesaggistici Regionali adottati e approvati. Un decreto che, nelle intenzioni, dovrebbe aggiornare il quadro normativo. Ma è proprio nell'applicazione quotidiana che emergono le difficoltà, e sono difficoltà concrete, non teoriche.
Le associazioni lo dicono con chiarezza: già il 29 giugno 2026 avevano inviato una richiesta di convocazione per rappresentare le criticità riscontrate. Oggi quella richiesta viene nuovamente reiterata, con carattere di urgenza.
Il punto riguarda l'attuazione delle disposizioni dei Piani Paesaggistici provinciali nelle aree ricomprese nei Piani Cave, e in particolare la situazione delle cave in esercizio, regolarmente autorizzate, che ricadono nei livelli di tutela ambientale 1, 2 e 3.
Qui si tocca un nodo delicato. Perché non stiamo parlando di attività abusive o di interventi fuori norma, ma di imprese che operano con autorizzazioni legittime e che oggi si trovano davanti a norme la cui interpretazione non è affatto scontata.
E come spesso vado ripetendo dal mio blog, quando la norma diventa ambigua la conseguenza non è solo un disagio burocratico: è incertezza, è rischio di contenzioso, è la fatica quotidiana di chi deve decidere se andare avanti o fermarsi.
C'è poi un aspetto tecnico che la nota mette in evidenza con precisione. Nell'Allegato A del medesimo decreto, con riferimento agli interventi di recupero ambientale delle cave, sono stati rilevati richiami normativi non più attuali.
Richiami superati, quindi, che rischiano di generare difficoltà interpretative e applicative tali da compromettere la concreta attuazione delle nuove disposizioni regolamentari. Non è un dettaglio formale: è il cuore del problema.
Ci tengo a chiarire che le associazioni non chiedono una scorciatoia, né un trattamento di favore. Chiedono semplicemente un approfondimento congiunto con l'Assessorato, per individuare soluzioni interpretative e operative idonee a garantire la corretta applicazione della disciplina vigente.
L'obiettivo dichiarato è duplice: assicurare certezza normativa agli operatori del settore e prevenire l'insorgere di eventuali contenziosi con la Pubblica Amministrazione.
E c'è, in quella loro richiesta, un elemento che a me pare particolarmente significativo. Non si tratta di una contrapposizione tra tutela del paesaggio e attività estrattiva, ma di un tentativo di tenere insieme le due cose attraverso il dialogo. La nota parla infatti di "soluzioni condivise, nell'interesse della tutela dei diritti degli esercenti di cava e della corretta applicazione delle disposizioni normative in materia". Due interessi che non sono necessariamente in conflitto, se c'è la volontà di sedersi a un tavolo.
Resta il fatto che la richiesta è reiterata, e con urgenza. Questo dice qualcosa: evidentemente il tempo trascorso dalla prima PEC non ha prodotto quel riscontro che ci si aspettava.
E allora la domanda, legittima, è semplice: Quando si potrà fare questo incontro? Le associazioni chiudono la nota confidando in un cortese e sollecito riscontro e chiedendo di conoscere la data individuata per l'incontro.
Forse è qui che si gioca la partita più importante. Non nella singola norma, ma nella disponibilità a costruire insieme un'interpretazione che sia sostenibile per tutti.
Perché il paesaggio si tutela anche garantendo che chi lavora rispetti le regole, e perché le regole siano chiare, attuali, applicabili.
Il resto, come spesso accade, è questione di volontà e di tempi. E i tempi, in queste cose, contano.

Nessun commento:
Posta un commento