Sì... egli afferma che il diritto di Israele a difendersi dal terrorismo deve essere riconosciuto e difeso, e non soltanto a parole. È una posizione che egli rivendica con chiarezza, e che pone al centro del suo intervento.
Ma il punto più interessante, arriva subito dopo. Janša ci invita a porre domande difficili su come la questione palestinese viene discussa e usata politicamente. È un invito scomodo, perché tocca il modo in cui ci abituiamo a pensare, il modo in cui le maggioranze si formano e si consolidano.
Qui si innesta una considerazione che vale la pena di seguire fino in fondo. Una posizione di maggioranza, ci ricorda Janša, non determina di per sé ciò che è giusto. È una frase che sembra semplice, quasi ovvia, eppure contiene una tensione profonda. Quante volte, nella storia, la voce dei più è stata scambiata per la voce della verità?
Il diritto di uno Stato democratico e del suo popolo di difendersi dal terrorismo, insiste Janša, deve essere riconosciuto e difeso, non solo a parole. E qui il discorso si fa concreto, perché non si tratta di un principio astratto, ma di una condizione che chiede di essere tradotta in scelte, in responsabilità, in conseguenze.
Poi arriva il passaggio forse più delicato. La sofferenza dei civili è tragica e deve essere affrontata. Janša non la ignora, non la minimizza. Ma aggiunge che essa non potrà mai giustificare il terrorismo, né il perseguimento di obiettivi politici attraverso la violenza.
È una linea che egli traccia con fermezza, quasi a voler separare due piani che spesso vengono confusi.
Ecco, credo che il valore di queste parole stia proprio nella loro tensione irrisolta.
Da un lato il riconoscimento del dolore, dall'altro il rifiuto di farne una giustificazione. Non è una sintesi facile, e forse non è nemmeno una sintesi. È piuttosto uno spazio di riflessione che Janša lascia aperto, e che noi siamo invitati a occupare con la nostra responsabilità di lettori, prima ancora che di cittadini.

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