Sì... di un'attesa che si rinnova di generazione in generazione, come fosse una preghiera silenziosa, che poi puntualmente trova il suo compimento in un solo uomo.
Mi chiedo spesso se sia una questione di carattere, di geografia oppure di destino.
Già... siamo un popolo che ha inventato la democrazia moderna, eppure sembriamo non fidarci mai fino in fondo delle sue regole, dei suoi compromessi, delle sue mediazioni.
Ci serve un volto... meglio se severo, ancor meglio se in divisa!
C'era una volta Cesare, che passò il Rubicone e mise fine alla Repubblica. Non lo fece per un'idea astratta di libertà, ma per sé stesso. E il popolo, stanco delle lotte tra fazioni, lo accolse come il pacificatore. Da quel momento, la lezione è chiara: chiunque prometta di mettere ordine, di riportare la nave in porto, diventa automaticamente l'uomo della provvidenza.
Poi è arrivato Napoleone, che non era italiano ma seppe parlare agli italiani come nessun altro. Arrivò con le sue truppe e con un codice civile, e noi lo acclamammo come un liberatore. Non importava che fosse straniero, no... importava che fosse forte. Importava che ci dicesse chi eravamo, perché da soli, evidentemente, non lo sapevamo.
E poi Garibaldi, l'eroe dei due mondi, con la sua camicia rossa e il suo carisma indomabile. Anche lui un "Generale", anche lui acclamato, anche lui capace di incarnare un sogno collettivo senza bisogno di troppe parole. Il popolo lo seguiva, lo amava, lo voleva. Non discuteva i suoi piani, non ne criticava le scelte. Lo seguiva e basta...
E dopo di lui? Dopo di lui è arrivata la retorica del duce, che non era un Generale ma si vestiva come tale, e che ha cavalcato lo stesso bisogno atavico: quello di un uomo che dica "basta", che prenda in mano la situazione, che ci faccia sentire parte di qualcosa di più grande. Non voglio giudicare quanto allora accaduto, non ora, ma il fenomeno è lo stesso, identico, inquietante nella sua ripetibilità.
Poi, più vicino a noi, è scesa in campo un'altra figura. Non un Generale, non un eroe risorgimentale, ma un uomo che ha saputo costruire un impero e poi offrirlo alla politica come se fosse un palcoscenico naturale. Anche lui acclamato, anche lui capace di catalizzare un bisogno di fiducia, di appartenenza, di guida. Il "Cavaliere"... un soprannome, non un grado, eppure sufficiente a diventare un punto di riferimento per milioni di italiani. Non fu una parentesi, fu un capitolo. E come tutti i capitoli di questa storia, raccontò qualcosa di noi, non solo di lui.
Oggi, mentre leggo le cronache di questi giorni, vedo che il copione non è cambiato. C'è un uomo che è stato davvero un Generale, non per metafora, ma nel senso più concreto e istituzionale del termine. Ha indossato un'uniforme, ha ricoperto un ruolo ed ora scende nell'agone politico portando con sé quel bagaglio. E c'è una parte di italiani che lo guarda con quell'antica fiducia, quasi fosse la prima volta. Non importa cosa dica nel dettaglio, non importa quale sia il suo programma, importa che sia lui a guidarli...
Mi chiedo se sia una condanna o una semplice constatazione antropologica. Forse siamo un popolo che ha bisogno di un padre, più che di un rappresentante. Forse la nostra storia, fatta di invasioni, di dominazioni, di frammentazioni, ci ha insegnato che sopravvivere significa affidarsi a qualcuno che sappia tenerci insieme. E quel qualcuno, puntualmente, è un uomo solo al comando.
Non so se questo sia un bene o un male. So che accade, già... accade da sempre e ahimè, continuerà ad accadere, finché non impareremo a guardarci dentro senza cercare fuori il salvatore di turno.
Ma questa si sa, è un'altra storia. E soprattutto richiede un altro coraggio, quello che forse, ancora, non abbiamo imparato a trovare!

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